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Un altro muro per Gaza Marzo 9, 2008

Posted by lorenzonannetti in Senza Categoria.
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Dal Daily Star Egypt dell’8 Marzo 2008, citando una notizia della AP fornita da ufficiali egiziani:

Meanwhile, an Egyptian security source confirmed to AP that a wall is being built along the border with Gaza to prevent further breaches like the one that occurred Jan 23, allowing hundreds of thousands of Palestinians to enter the Egyptian side of Rafah after an Israeli blockade of Gaza.

Work on the wall began as soon as the border was resealed, as Daily News Egypt reported last month. The new concrete wall is being built to withstand explosions like those that caused the January breaches.

Journalist and North Sinai Tagammu party member Mustapha Singer told Daily News Egypt that the new wall is being built along the old border line to reinforce the parts that were previously destroyed.

He added that watch towers punctuate the new wall, which is a mixture of concrete and barbed wire.

Last month, Hamas fired shots over the heads of builders working on the new wall causing them to flee.

E’ curioso come questa notizia, di notevole importanza pratica per la Striscia di Gaza, non abbia trovato alcun riscontro nei media italiani. E’ un po’ la stessa situazione denunciata da Magdi Allam sulle pagine del Corriere della Sera: si critica apertamente e ferocemente Israele quando attacca Gaza, ma non si fa nulla se la Turchia fa lo stesso, o peggio, contro i Curdi nel nord dell’Iraq.
Allo stesso tempo, se fosse stato Israele a tentare di ricostruire il muro, ben diversa a mio parere sarebbe stata la reazione e  le urla di condanna.

Giudizi sui media a parte, è interessante vedere come due stati molto diversi tra loro per storia, tradizioni, istituzioni di governo e relazioni diplomatiche con i paesi vicini cerchino di utilizzare la stessa soluzione per lo stesso problema.

L’Egitto giudica Hamas pericolosa, e non potrebbe essere altrimenti visti i legami con i Fratelli Musulmani in patria. Il rischio che Gaza diventi una specie di porto franco dove estremisti di entrambe le organizzazioni (senza scordare Jihad Islamica, il FPLP e altri) possano rifugiarsi per organizzare azioni ostili è troppo elevato. Al tempo stesso il Cairo non può certo invadere lui stesso Gaza: oltre ai problemi operativi, manca un casus belli eclatante che possa giustificare l’azione agli occhi degli altri paesi musulmani dell’area, con il rischio di sembrare troppo vicini alle posizioni di Israele.

Gli eventi verificatisi dopo l’apertura del confine hanno mostrato come la situazione sia di difficile gestione: l’ingente numero di civili coinvolti rendono infatti difficile monitorare i movimenti lungo il confine. Dunque ne deriva la necessità di riprendere il controllo, ed evidentemente il Cairo ha preferito scegliere la via della chiusura del valico, ancora una volta. Ovviamente non ritengo pensabile una chiusura totale, l’accesso verrà mantenuto parzialmente aperto: ma le forze di sicurezza egiziane lo terranno sotto forte controllo e, di fatto, questo avrà un effetto simile: molta gente non potrà comunque muoversi.

Sotto questo profilo si comprende anche il tentativo di Hamas di fermare tale costruzione a tutti i costi: non certo per questioni umanitarie, che all’atto pratico poco interessano agli uomini di Khaled Meshal e Ismail Haniye (altrimenti la via del negoziato, proposta più volte, sarebbe stata accettata già da tempo – ed è per questo che l’Egitto non si fida). Ma perchè la richiusura del valico segnerebbe il fallimento del proprio tentativo di uscire dall’isolamento: Hamas si troverebbe ancora una volta emarginata e senza appoggi. E questa volta, da qualcuno che non avrebbe l’opinione pubblica mondiale a soffiare sul collo perché trvi una soluzione diversa.

Negli ultimi anni Hamas ha perso molta credibilità all’interno della società islamica moderata mediorientale. La popolazione, che l’aveva votata con entusiasmo alle ultime elezioni, sperava in un governo meno corrotto di quello di Fatah, non in uno che continuasse una lotta che in pochi in Palestina ormai vedono come unica via. Hamas non l’ha capito e ha preferito continuare con la linea dura, in modo non dissimile da come Netanyahu e il Likud gestirono (o meglio bloccarono) il processo di pace prima della vittoria di Sharon. Ne è derivata una delusione diffusa sul suo operato, e la condanna internazionale. Non è un caso infatti che ora l’opinione diffusa, confortata da sondaggi e interviste, sia che anche buona parte dei palestinesi non supporti più la linea dura di Hamas (a dire il vero non supporta neanche Fatah, sempre per il problema corruzione, ma è comunque disposta al dialogo con Israele). Giocandosi (e perdendo) così la propria affidabilità, Hamas ne sta ora pagando il prezzo. Unici alleati rimangono Siria e Iran, ma è tutto da vedere se tali nazioni siano interessati ai miliziani per la loro compassione verso i civili o piuttosto (come capita spesso in Medio Oriente) per il loro valore politico e militare anti-Israele e anti-Occidente.

A fare le spese di tutto ciò, come spesso capita, è proprio la popolazione civile di Gaza, che probabilmente preferirebbe avere più cibo e servizi che festeggiare la morte occasionale di qualche israeliano.

Inverno Caldo Marzo 6, 2008

Posted by lorenzonannetti in Senza Categoria.
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E’ difficile capire bene come si solge un’operazione militare leggendo i giornali. Il giornalista medio, anche se competente, raramente lo è di aspetti tecnici e militari. Ne derivano numerosi errori e imprecisioni che impediscono di farsi un’idea chiara di ciò che è successo. Per l’operazione Inverno Caldo appena conclusa a Gaza è stata la stessa cosa, così ho pensato di fornire qualche informazione in più per chi è interessato.

Nei mesi scorsi la Brigata Givati, una delle 4 brigate d’elite di fanteria delle IDF, era stata trasferita al nord per riposarsi e riorganizzarsi dopo gli scontri della primavera scorsa, mentre la brigata Golani ne aveva preso temporaneamente il posto a sud. Tale periodo di recupero è finito poco tempo fa, ma onestamente ne ho avuto notizia solo in ritardo (anche perché questo tipo di notizia rimane segreta per ovvi motivi fino all’inizio di eventuali operazioni). Presumo che la Golani sia ora al nord, vista la tendenza israeliana di non scoprire il proprio fronte settentrionale in caso di conflitto con Hezbollah e/o la Siria.

Il ritorno della Givati, esperta nell’operare nella Striscia e probabilmente addestrata ad hoc per questa evenienza, ha permesso l’inizio dell’operazione, più complessa di quelle dei mesi scorsi.

Va detto però che per obiettivi e profondità di penetrazione nella striscia, Inverno Caldo non è stato diverso dalle 2 Operazioni Autumn Cloud eseguite tra autunno 2006 e primavera 2007. Anche allora forze ingenti entrarono in zone vicine al confine (in quel caso Beit Hanoun) e vi restarono alcuni giorni per eliminare nuclei di miliziani, distruggere alcuni lanciarazzi e costringere a spostare le zone di lancio più lontano.

In questo caso però si registra l’impiego anche di unità provenienti dalla brigata corazzata (per chi non se ne intende: principalmente carri armati) Barak.

In particolare le IDF hanno affermato di aver impiegato circa un reggimento di truppe: 2 battaglioni della Givati, forze speciali, genieri e il battaglione corazzato Sa’ar (della Barak). E’ una forza abbastanza imponente per la situazione, anche se ancora molto inferiore agli effettivi di Hamas nella striscia. In Israele ultimamente ci sono state molte preoccupazioni riguardo al livello di organizzazione e preparazione raggiunto dai miliziani e questo ha indotto a non rischiare.

Hamas si è accorta della penetrazione delle forze speciale e di avanguardia solo dopo che queste erano entrate per circa 3 km, e questo ha fatto sì che il combattimento fosse subito molto acceso e a breve distanza. I miliziani si sono quindi ritirati ed è cominciato un confronto a lunga distanza a tutto vantaggio delle truppe di Israele che in questo tipo di confronto hanno tutti i vantaggi. I rapporti parlano di una resistenza da parte di Hamas che ha mostrato alcuni segni di una più moderna organizzazione ma ancora molto indietro come efficacia. Sono stati sparati molte granate e missili anticarro, alcuni anche moderni, ma molti hanno mancato il bersaglio e quelli che hanno colpito non hanno penetrato le corazze. A tal proposito vi ricordo che dopo la seconda guerra del libano Israele ha provvisto i carri armati Merkava con corazze reattive più efficaci proprio per queste evenienze.

Le IDF si sono ritirate dopo aver eliminato varie postazioni di lancio razzi, nel tentativo di spingere tali postazioni più a sud così da schermare almeno Ashkelon (che è un po’ al limite della gittata dei razzi), almeno per qualche tempo. Obiettivo raggiunto per ora, non si registano altri attacchi sulla città. Ma ovviamente l’azione non è risolutiva, Sderot rimane un facile bersaglio e in Israele si spera solo che l’azione possa rendere Hamas un po’ più malleabile sulla possibilità di un cessate il fuoco.

Il fatto che i combattimenti si siano svolti in o comunque molto vicino a centri abitati e campi profughi ha causato le perdite civili che sappiamo. Il numero di miliziani uccisi va da 50 a 90 a seconda delle fonti. I civili uccisi dai 10 ai 50, anche qui a seconda delle fonti perché non è possibile per associazioni indipendenti verificare. 2 soldati israeliani uccisi nei combattimenti a breve distanza delle prime ore, alcuni altri feriti.

Il morale israeliano è piuttosto alto perché sapevano fin dall’inizio che l’operazione era a termine e perché la resistenze di Hamas è stata più flebile del previsto. Riguardo all’efficacia globale invece rimando al mio articolo uscito in questi giorni su Equilibri.

Israele e il dilemma di Gaza Marzo 5, 2008

Posted by lorenzonannetti in Senza Categoria.
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Con questo post inizio la mia serie di riflessioni sul Medio Oriente. E’ già da più di un anno che pubblico articoli e dossier di vario tipo sul Medio Oriente. La necessità di essere il più obiettivo possibile e di fornire valutazioni oggettive basate su fatti e ipotesi plausibili mi impedisce però spesso di mostrare la mia vera opinione. Intendo utilizzare questo blog come piattaforma di espressione del mio punto di vista personale, un mezzo di discussione più informale riguardo alle questioni che mi stanno più a cuore o mi colpiscono di più. E sarà anche un luogo dove trattare quegli argomenti che magari non riuscirò a pubblicare altrove.

Con gli eventi degli ulti giorni, impossibile non citare per prima la situazione a Gaza. L’operazione Hot Winter si è conclusa, come le due operazioni Autumn Cloud dell’anno scorso. E come l’anno scorso le perdite inflitte ad Hamas, seppure non irrilevanti, difficilmente si riveleranno determinanti per risolvere la situazione. Per capire il problema in cui si trova Israele, un mio articolo di analisi su Equilibri.net: Israele: quale soluzione per Gaza?

Il lancio di missili contro le città di Sderot e Ashkelon costringe Israele a cercare una soluzione riguardo al controllo da parte di Hamas della Striscia di Gaza. L’opinione pubblica è però pesantemente divisa tra chi desidera una soluzione diplomatica, chi rimane convinto della necessità di pressioni economiche e chi richiede una risposta militare massiccia. Nessuna di questo soluzioni è però priva di controindicazioni: la leadership di Gerusalemme si trova perciò costretta a soluzioni intermedie che si sono dimostrate, o rischiano di diventare, di dubbia efficacia.

La domanda clou è “quanto è affidabile Hamas?” Ovvero, i miliziani sono davvero disposti a un negoziato serio? La domanda non è retorica nel momento in cui ricordiamo che Hamas ha rifiutato i due prerequisiti base imposti dall’ONU e dalla comunità internazionale in generale: riconoscimento di Israele e cessazione delle attività ostili. Questo rende il movimento estremista poco affidabile agli occhi di Gerusalemme (e ai miei) e una qualsiasi tregua alquanto precaria.

Il problema è che se davvero un dialogo non è possibile quello che si prospetta è una lunga stagione di conflitto a bassa intensità, finché Israele non decida che la condanna internazionale non è più un vincolo sufficiente a fermarla dall’invadere massicciamente. Ma ora una tale mossa non è plausibile.

Va notato come gli effettivi impiegati da Israele questa volta fossero più ingenti rispetto al passato e abbiano richiesto truppe da due brigate regolari, la Givati e la brigata corazzata Barak. La prima è una habitué delle operazioni anti-miliziani nella striscia, mentre la secondo sta fornendo un supporto pesante che anche solo l’anno scorso non era così necessario. E’ una prova della maggiore pericolosità di Hamas soprattutto come organizzazione ed equipaggiamento, pur rimanendo lontana dal livello israeliano.