Fatah tenta di rinnovarsi… ma è vero rinnovamento? Agosto 30, 2009
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Il sesto congresso di Fatah si è svolto a Betlemme dal 4 al 13 Agosto 2009 e ha rappresentato il punto di partenza per come il movimento intende affrontare le sfide attuali.
La riconferma di Abbas è apparsa subito scontata, ma meno lo è stata l’elezione di 12 nuovi membri (su 18) del comitato centrale.
Particolarmente influente è risultato l’apporto di quei membri delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa ai quali Israele ha concesso l’amnistia; il loro voto ha probabilmente contribuito all’elezione di personaggi a loro legati come Marwan Barghouti (ancora in carcere in Israele).
Al tempo stesso l’estromissione di Abu Ala mostra un desiderio generalizzato di aumentare l’influenza dei leader provenienti dai territori a discapito della “vecchia guardia” fuggita all’estero in passato. Tuttavia tale rivoluzione appare più apparente che reale dato che il vero potere rimane nelle mani di membri della vecchia leadership.
L’obiettivo principale del congresso rimane comunque quello di rinnovare l’immagine di Fatah come quella di un movimento dinamico, aperto alle nuove leve e proiettato con forza verso la fondazione di uno stato palestinese il prima possibile. In questo continua a proporsi come unica alternativa in contrapposizione ad Hamas. L’opposizione al movimento islamico arroccato a Gaza appare evidente proprio dall’elezione di Barghouti e di Mohammed Dahlan, ex-capo dei servizi di sicurezza di Fatah a Gaza. Entrambi sono nemici giurati di Hamas e questo appare ora essere un elemento fondamentale a loro favore all’interno del movimento, abbastanza ad esempio per far passare in secondo piano le responsabilità e negligenze di cui è accusato lo stesso Dahlan proprio per gli scontri a Gaza del maggio-giugno 2007.
Analogamente va vista la conferma del ruolo di movimento di resistenza all’occupazione israeliana espressa sottolineando il carattere non violento e di protesta delle eventuali misure di lotta. Una rassicurazione al popolo palestinese della non-collaborazione passiva con Gerusalemme e al tempo stesso a Israele e alla comunità internazionale del mantenimento di una linea non belligerante.
Una considerazione particolare va fatta per i punto fermi mantenuti da Abu Mazen riguardo ai negoziati: ritorno ai confini del 1967, Gerusalemme est come capitale, diritto del ritorno. Alcuni media israeliani hanno commentato questi punti e la conferma del concetto di resistenza come indicatori del fatto che Fatah non sia disposto a un negoziato pacifico e di compromesso. Tuttavia tale valutazione non appare corretta.
Come nota Shlomo Brom dell’INSS di Tel Aviv, Abu Mazen non poteva non citare tali punti, a meno di perdere un’eccessiva popolarità considerando quanto essi sono cari alla popolazione palestinese, soprattutto in un congresso dove proprio i termini generici di identità nazionale andavano rinforzati. Inoltre i negoziati recenti – anche se attualmente prossimi allo stallo – hanno mostrato come tali punti siano in realtà meno rigidi di quanto non sembri. I palestinesi infatti sono disposti a una soluzione di land swap che mantenga la stessa estensione territoriale del 1967 ma con confini differenti (portanto quindi una soluzione a quegli insediamenti che non possono essere spostati o rimossi); che Gerusalemme est come capitale palestinese è un punto portato avanti anche dalle diplomazie internazionali; che il diritto del ritorno è ormai più uno slogan al quale i leader palestinesi sono disposti a rinunciare in cambio di altre concessioni. Forse proprio uno scambio Gerusalemme est – diritto del ritorno potrebbe essere una delle chiavi per un futuro accordo finale.
Operazione Cast Lead: combattere Hamas a Gaza Aprile 4, 2009
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Nonostante quanto si sia già parlato dell’Operazione Piombo Fuso (Cast Lead) di Israele contro Hamas a Gaza, per quanto ne so non esiste un resoconto dettagliato del conflitto, che prenda in esame gli aspetti militari e diplomatici – quelli cioè che guidarono lo svolgersi e il concludersi dell’operazione stessa. Ho quindi redatto un dossier completo sull’argomento, pubblicato ieri 3 Aprile 2009 su Equilibri.net:
Israele: combattere Hamas a Gaza
Il 27 dicembre 2008 Israele ha lanciato l’operazione Cast Lead, una massiccia operazione aerea e di terra che aveva come fine danneggiare le infrastrutture militari islamiche nella Striscia di Gaza e far sì che Hamas accettasse una nuova a più duratura tregua. Un obiettivo fondamentale era coinvolgere sia gli stati occidentali che quelli arabi moderati in uno sforzo sostanziale per bloccare il contrabbando di armi e missili dal Sinai alla Striscia. Il risultato è stato un’operazione ad armi combinate da manuale, che ha permesso alla leadership israeliana di raggiungere la maggior parte dei suoi obiettivi a breve termine. Tuttavia il suo successo e gli effetti a lungo termine devono ancora essere interamente determinati.
Quello che troverete nasce dalla mole di documenti desecretati ins eguito al conflitto, ed è il resoconto delle operazioni militari, ben più complesse di quanto molti non pensino, le dispute diplomatiche che sono avvenute dietro le quinte, le motivazioni che hanno portato al conflitto. Oltre a una descrizione degli eventi precedenti e di come hanno influenzato lo svolgersi di Cast Lead, un’operazione eseguita in maniera eccellente ma che ancora non sembra avere raggiunto quel risultato definitivo che la leadership israeliana sperava.
Destinati all’immobilismo Aprile 2, 2009
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Il nuovo governo israeliano guidato da Benjamin “Bibi” Netanyahu porta in se’ il germe dell’immobilismo. E’ questo il vero risultato delle elezioni di febbraio, paventato gia’ dai primi risultati, esplicitato nei negoziati successivi, confermato dagli attuali accordi. E molto probabilmente verificato nei prossimi mesi.
Il governo ora ha i numeri, ma questi si reggono su una serie di accordi e fragili equilibri che difficilmente potranno essere mantenuti all’atto pratico. Non esistono infatti aspetti della politica israeliana che non vedano contrapporsi almeno due delle anime di questa eterogenea coalizione.
In campo economico, Netanyahu e Lieberman sono fautori di misure di stampo laico che limitino i privilegi economici per le famiglie ultraortodosse. Lo Shas invece si auspica di aumentare tali privilegi, ad esempio concedendo sussidi alle famiglie anche per il quarto figlio (ora contano solo i primi tre). Le due posizioni non sono conciliabili – sono l’una il contrario dell’altra – e dunque si prospettano o la mancanza totale di riforme in entrambi i sensi, oppure l’utilizzo delle stesse come moneta di scambio per concessioni su altri temi.
In campo diplomatico Lieberman Ministro degli Esteri preoccupa sia le diplomazie occidentali sia quelle arabe moderate. E preoccupa l’ANP, che ha addirittura chiesto agli USA di ostracizzarlo. Le posizioni arabofobe e pro-coloni di Yisrael Beitenu sono infatti mal digerite all’estero e perfino i possibili accordi con la Siria per la restituzione del Golan, che hanno fatto ben sperare riguardo a una possibile riconciliazione tra i due stati, sono stati gelati dalle dichiarazioni del nuovo Ministro. E dire che questo appariva uno dei pochi punti sui quali Netanyahu pareva intenzionato a procedere con decisione. Ma YB rifiuta la possibilita’ di cedere il ministero. Quindi o si ottiene una rottura della coalizione oppure… l’immobilismo, appunto.
A questo si aggiunga il fatto che Netanyahu stesso nel suo discorso inaugurale ha auspicato la pace, ma non ha mai nominato lo Stato palestinese. Del resto e’ ben conosciuta la sua avversione verso la soluzione dei 2 stati, e’ stato uno dei motivi di contrasto con la Livni e Kadima.
In teoria tali posizioni dovrebbero essere controbilanciate dalla presenza di Barak e dei laburisti… ma proprio per questo e’ difficile immaginare che si possano trovare posizioni comuni. E’ piu’ facile invece che si verifichino situazioni di stallo.
Tecnicamente esistono due valvole di sicurezza a questi rischi, che pero’ sono di fatto entrambi inapplicabili. Misure avversate dai laburisti potrebbero infatti essere votate dai partiti della destra nazionalista ora esclusi dal governo; questo garantirebbe la maggioranza, ma quali sarebbero le conseguenze? E’ difficile immaginare che tali proposte possano essere gradite alla nuova amministrazione USA, visto che il presidente Obama appare interessato a dare nuovo impulso al processo di pace e in maniera piu’ concreta (concessioni effettive, stop ai coloni,…). Forse per la prima volta in cosi’ tanti anni ne deriverebbe un possibile allontanamento tra i due Stati, un’opzione del tutto negativa per Israele. Netanyahu ne e’ consapevole ed e’ cio’ che spera di evitare, soprattutto ora che i tempi per contrastare la corsa iraniana alla bomba atomica si stanno accorciando.
Dall’altro lato Kadima potrebbe appoggiare proposte rifiutate da partiti come lo Shas o anche Ysrael Beitenu. Il rischio pero’ e’ che questo spezzi i rapporti tra Likud e gli altri partiti di destra, decretando dunque la fine precoce del governo Netanyahu.
Esistono temi su cui gli accordi sono possibili, ma si tratta di ambiti minori. Per tutto il resto l’alternativa e’ tra il crollo del governo e l’immobilismo. Quest’ultimo tuttavia e’ solo apparente, perche’ anche se l’amministazione e’ ferma, non cosi’ e’ la situazione sul campo: nel caso dell’espansione delle colonie, uno dei punti chiave della questione palestinese, non esistono segni che portino a un’inversione della tendenza all’aumento senza un forte intervento dello Stato. L’immobilismo li’ non esisterebbe: sarebbe anzi un’avanzata costante, solo nascosta agli occhi di molti, tanto silenziosa quanto dannosa.
Israele: Netanyahu tenta di formare un governo di unità nazionale Febbraio 23, 2009
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Venerdì 20 Novembre il Presidente Peres ha terminato il giro di consultazioni e ha ufficialmente affidato a Benjamin Netanyahu l’incarico per formare il nuovo governo. Nonostante la sua nomina sia stata suggerita da tutti i partiti della destra nazionalista e religiosa, il leader del Likud ha però ufficialmente dichiarato di cercare la formazione di un governo di unità nazionale con Kadima e Laburisti.
La scelta di Netanyahu sembra rispondere all’esigenza di non cedere all’estremismo di partiti come lo Shas o l’Unione Nazionale, la cui alleanza porterebbe a uno stop ai negoziati di pace con i Palestinesi e a una probabile rottura con la nuova amministrazione USA. Nonostante ciò l’accordo con gli altri partiti maggiori non sembra di facile realizzazione. Netanyahu appare disposto ad offrire alla Livni alcuni ministeri importanti come gli Affari Esteri, oltre a un possibile diritto di veto all’interno della coalizione. Tuttavia la leader di Kadima si è detta contraria perché dato il maggior numero di seggi conquistati alle elezioni vorrebbe fosse il suo partito a guidare il nuovo governo. Anche i laburisti appaiono ancora incerti: da un lato Barak ha dichiarato di voler rimanere all’opposizione, dall’altro la partecipazione al governo permetterebbe di non scomparire politicamente. Il partito infatti, con l’eccezione del suo leader, appare avere una scarsissima visibilità politica come confermato dai deludenti risultati elettorali.
La necessità di mantenere buoni rapporti con le diplomazie occidentali in ottica anti-Iran sta spingendo Netanyahu a ignorare quei partiti che pure lo hanno indicato come miglior scelta possibile come premier. A destra del Likud solo Yisrael Beitenu sembra avere qualche chance di essere scelto per far parte della compagine di governo, in quanto sono possibili convergenze almeno su temi economici. Per risolvere lo stallo con la Livni invece si potrebbe ricorrere a un accordo simile a quello Peres-Shamir degli anni ottanta, con i due leader che governano a turno. Tale possibilità non risolverebbe però eventuali disaccordi sul programma che potrebbero comunque bloccare l’esecutivo.
Lorenzo Nannetti
Israele: quale coalizione di governo dopo le elezioni Febbraio 16, 2009
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Le elezioni politiche israeliane del 10 Febbraio scorso hanno visto il partito Kadima conquistare la maggioranza relativa con 28 seggi; segue però da vicino il Likud, con 27. Si conferma l’exploit di Yisrael Beitenu con 15 seggi, mentre i Laburisti crollano al minimo storico con appena 13. Lo Shas rimane una presenza importante con 11 seggi, mentre i rimanenti partiti non vanno oltre 3-5 seggi ciascuno. In generale si è notato uno spostamento verso destra dell’elettorato, con Kadima che sembra abbia intercettato i voti dei laburisti delusi.
La Livni tecnicamente ha vinto le elezioni, ma una coalizione di centro sinistra non ha la maggioranza alla Knesset. Netanyahu al contrario potrebbe formare una coalizione di destra più solida numericamente, ma i contrasti tra il laico Liebermann e i partiti religiosi ortodossi fanno prevedere relazioni difficili. Proprio Liebermann è attualmente il più corteggiato politicamente, poiché la Livni stessa sta cercando di convincerlo ad entrare in un governo da lei guidato; al contrario Netanyahu sembra voler offrire ministeri importanti a Kadima per formare un governo di unità nazionale. Il crollo dei partiti di sinistra sta invece scatenando una forte critica interna che potrebbe portarli comunque all’opposizione.
Indipendentemente da chi verrà scelto dal presidente Peres per formare il nuovo governo, il futuro esecutivo israeliano appare destinato all’immobilismo. Un governo di destra vedrà lo scontro tra laicismo e ortodossia su questioni economiche e sociali interne. Un governo di unità nazionale invece potrebbe bloccarsi davanti alle sfide di politica estera, in particolare i negoziati di pace con i Palestinesi, dove le sue diverse anime cercherebbero di portare avanti progetti differenti. Quest’ultimo aspetto appare comunque compromesso da qualunque soluzione veda i partiti di destra coinvolti nell’esecutivo; potrebbero perciò soffrirne anche i rapporti con la nuova amministrazione USA e con il mondo arabo moderato.
Lorenzo Nannetti
Israele: la campagna denigratoria del Likud contro Lieberman Febbraio 9, 2009
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A un giorno dalle elezioni politiche in Israele i sondaggi assegnano la maggioranza relativa al Likud, che potrebbe superare Kadima di appena qualche seggio. La vera sorpresa delle elezioni però è l’emergere del partito di estrema destra Yisrael Beiteinu, che potrebbe sottrarre ai Laburisti la posizione di terza forza politica del paese (Cfr Israele: la rimonta del Likud). Nonostante la possibilità di formare un governo assieme, il Likud sta invece cercando di minare la popolarità di tale partito con una forte campagna denigratoria del suo leader, Avigdor Lieberman.
Il successo di Yisrael Beiteinu in teoria potrebbe rafforzare la formazione di un governo di destra guidato dal Likud. Tuttavia il pericolo che Netanyahu e i suoi intravedono è che tale partito possa condizionare eccessivamente le scelte del governo in caso di effettiva conquista di numerosi seggi alla Knesset. L’estremismo spesso arabofobo di Lieberman viene infatti visto come un ostacolo al possibile dialogo non solo con i paesi arabi, ma anche con gli alleati tradizionali quali gli USA. Il risultato è dunque la campagna denigratoria nei confronti del leader di Beiteinu, accusato anche di aver fatto parte del movimento illegale Kach. Negli ultimi giorni anche i leader spirituali dello Shas e dei partiti Ashkenaziti hanno predicato sermoni contro Lieberman definendolo “il diavolo”. Nel loro caso il timore è che il nuovo partito possa attirare i voti anche di una parte del sionismo religioso, di cui i partiti ortodossi e ultraortodossi sono i tradizionali portavoce.
Uno degli slogan preferiti del Likud in questi giorni per limitare l’afflusso di voti alla formazione estremista è “un voto a Lieberman è un voto alla Livni”, suggerendo agli elettori di destra il remoto rischio di un accordo di Beiteinu con Kadima. Anche se Lieberman dovesse aderire a un governo guidato da Netanyahu rimangono molte perplessità sui rapporti tra i due leaders. Il rischio è che venga formato un governo ad alta conflittualità interna e dunque scarsa operatività. Per evitarlo non è escluso che Netanyahu cerchi di formare un governo di unità nazionale con i Laburisti di Barak.
Lorenzo Nannetti
AqsaTube oscurata – la guerra informatica si espande Ottobre 17, 2008
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Anche altri siti sono stati oscurati allo stesso modo.
La capacità occidentale di combattere questa diffusione online dell’estremismo è stata evidente anche lo scorso 11 Settembre quando hackers al servizio sempre degli USA sono stati capaci di impedire la pubblicazione di un video di celebrazione deli attentati del 2001.
La GWOT si sta quindi espandendo su un nuovo fronte che finora aveva concesso grossi vantaggi mediatici agli estremisti. Ora invece come osservato da diversi commenti su siti minori, anche loro si sentono molto meno sicuri, aumentando le possibilità di contrasto, disinformazione e infiltrazione.
Israele e Russia Ottobre 15, 2008
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Qualche luce in più sui rapporti tra Israele e Russia, soprattutto riguardo agli eventi georgiani… Israele: i rapporti con la Russia alla luce della guerra con la Georgia
Nonostante i contrasti durante la Guerra Fredda, i rapporti tra Gerusalemme e Mosca hanno vissuto un netto miglioramento grazie all’immigrazione di cittadini russi dopo la caduta dell’Unione Sovietica. L’influsso di nuovi capitali ha permesso infatti un’accelerazione nello sviluppo dell’economia e dell’industria hi-tech israeliana, che ha potuto iniziare a proporsi come esportatrice soprattutto in campo militare. I rapporti commerciali con la Georgia hanno però rischiato di compromettere ancora la situazione in occasione del recente conflitto in Caucaso. Nonostante l’amicizia con Tiblisi, Israele semplicemente non può rischiare di inimicarsi il Cremlino, pedina fondamentale nella questione del nucleare iraniano sia dal punto di vista diplomatico sia da quello delle forniture belliche a Teheran.
Livni vince ma non trionfa Ottobre 2, 2008
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Con 431 voti in più del suo avversario, Tzipi Livni ha sconfitto Shaul Mofaz nelle elezioni primarie di Kadima. Il risultato appare sorprendentemente risicato considerati i pronostici che la davano vincente con più di 10 punti %. La ragione di un tale risultato va cercata nel fatto che l’affluenza è stata molto scarsa, poco più del 50% degli aventi diritto, e che Mofaz è evidentemente riuscito a mobilitare maggiormente i suoi sostenitori. Mofaz ha continuato a catalizzare l’attenzione su di sé prima annunciando un proprio ritiro dalla politica (forse con l’intenzione di passare più tardi al Likud?), poi è tornato sulla sua decisione.
La vittoria della Livni potrebbe annunciare la formazione di una nuova coalizione di governo sempre basata sull’alleanza Kadima-Laburisti, ma la situazione è stata complicata ulteriormente dalle dichiarazioni di Barak, che ha prima chiesto al Presidente Peres di essere nominato lui Primo Ministro (addirittura tramite una modifica della legge parlamentare), poi ha suggerito un governo di unità nazionale proprio con il Likud di Netanyahu.
La ragione di un tale comportamento, molto in disaccordo con quanto sostenuto dallo stesso Barak in passato, è dovuto al fatto che tutti i maggiori partiti (tranne forse la Livni e i suoi sostenitori) vogliono elezioni anticipate. Sia il Likud sia il Labour si sentono forti di nuovi consensi e vogliono ricavarne i relativi vantaggi in sede elettorale.
Va detto però che per i Laburisti questa non sembra essere una soluzione vincente, poiché tutti i sondaggi li danno i svantaggio sia sul Likud sia su Kadima. E’ possibile però che si conti su un’errata valutazione statistica, nella speranza di stabilire nuovi rapporti di forza all’interno del futuro governo.
E’ importante notare come non abbia ancora citato il partito che forse più di tanti altri fungerà da ago della bilancia: lo Shas. Gli ebrei ortodossi sefarditi ancora una volta appaiono l’elemento che potrebbe far girare la vittoria elettorale da uno schieramento all’altro, al prezzo dell’accettazione dei propri programmi. Poichè uno di questi è la non divisione di Gerusalemme, i negoziati tra Israele e ANP potrebbero ancora una volta soffrirne.
Georgia vs Russia Agosto 10, 2008
Posted by lorenzonannetti in Senza Categoria.1 comment so far
Era evidente che i Russi avrebbero reagito a qualsiasi manovra offensiva seria in Ossezia del Sud e/o in Abkhazia. Davvero Saakashvili si aspettava che gli USA e l’Occidente, o comunque la NATO avrebbero iniziato una guerra contro la Russia per salvare la Georgia, che tra l’altro è stata la parte che ha iniziato gli scontri?? Mi pare un caso di pericolosa miopia strategica. La Georgia non può affrontare davvero la Russia e sarà costretta a cedere. Forse sarà costretta ad accettare la secessione di entrambe le regioni separatiste. Questo a sua volta potrebbe portare la Russia a nuove ulteriori richieste, ma va detto che in questo caso gli USA si opporranno. La Georgia è un alleato, e a quel punto sarà Mosca a non voler rischiare una guerra diretta e si fermerà.
Tuttavia sarà interessante vedere le ripercussioni sulle questioni economiche, come la gestione dell’oleodotto Baku-Ceyhan, che passano per la regione.
Tutto questo pone anche grossi problemi riguardo all’entrata della Georgia nella NATO. Oltre ad essere considerato un atto ostile dalla Russia, il problema è che ammettere Tiblisi significa ammettere un elemento potenzialmente imprevedibile. Il Trattato della NATO prevede che se uno stato è attaccato, gli altri devono entrare in guerra per difenderlo. Ma se fosse la Georgia a scatenare di nuovo un conflitto tramite la sua politica aggressiva, la NATO si troverebbe davanti a un bel dilemma. Per questo motivo, credo che l’ammissione possa essere posposta ancora per parecchi anni. Vedremo.
Nel frattempo, mentre mi accingo a partire per Israele, vorrei riportare un interessante articolo dello Yedioth Aharonoth sulla vendita di materiale bellico alla Georgia da parte della Stato ebraico, e delle tensioni che questo ha causato con Russia. Anche se a prima vista non appare molto importante, bisogna ricordare che la Russia rimane fondamentale per la questione iraniana. E’ un’altra prova del fatto che anche quando un evento accade lontano, può avere ripercussioni importanti anche in casa propria. Ecco l’articolo: